Didascalia

🗺 Istmo d’Europa

Carta disegnata da Laura Canali

«Spero che a nessuno venga l’idea di oltrepassare la linea rossa con la Russia», sono state le parole più significative pronunciate dal presidente della Federazione Russa Vladimir Putin al parlamento riunito in sessione plenaria il 21 aprile 2021. Il messaggio non era rivolto tanto ai dissidenti interni, bensì ai rivali esterni che «scambieranno le nostre buone intenzioni per debolezza». Per costoro «la risposta sarà asimmetrica, rapida e dura».

Putin non ha precisato in cosa consista concretamente tale linea, ma su una cosa è stato chiaro: «Saremo noi a stabilire da soli per dove passa». Il puntiglio è d’estremo valore geopolitico.


Una linea rossa si differenzia infatti da una amity line per un particolare non indifferente: è unilaterale. Essa rappresenta l’inizio e il termine di un’escalation, ovvero della progressiva intensificazione di uno sforzo economico, militare o culturale. La studiata terminologia impiegata dal potente politico pietroburghese, ex agente del Kgb, rivela una profonda conoscenza dei dispositivi che regolano l’arte delle relazioni internazionali.


Per uno stratega, la linea rossa perfetta è quella più breve e retta tra due zone inalienabili. Per due semplici motivi: è maggiormente difendibile e richiede un’allocazione minore di risorse. L’efficacia incontra l’efficienza.


In questo frangente storico, il confronto maggiore tra le due grandi potenze nucleari (Stati Uniti e Russia) si registra nel quadrante dell’Europa centro-orientale, ovvero in quella vasta fascia di terra compresa tra il Mar Baltico e il Mar Nero. In particolare, gli attriti principali si riscontrano in Ucraina e nel suo immediato vicinato.


La linea più corta tra i due mari semi-chiusi è l’istmo d’Europa, il quale corrisponde grosso modo all’asse tra i territori “russi” più occidentali: l’oblast’ di Kaliningrad e la regione separatista moldava di Transnistria. Quando Putin auspica che nessuno oltrepassi la linea rossa, sottintende che nessuna potenza debba superare fisicamente il limite virtuale del cosiddetto russkij mir (mondo russo).


Putin allude non troppo velatamente alla ricorrente idea di Kiev di permettere alla Nato di installare nuove basi militari terrestri nell’Ucraina centro-orientale e, soprattutto, navali sulla costa nord del Mar Nero. Qualcosa che la Federazione non può tollerare sul piano della sicurezza militare. Lo stesso presidente russo in una recente intervista televisiva è stato ancor più chiaro: «Immaginatevi che l’Ucraina diventi un membro della Nato. Il tempo di crociera di un missile lanciato da Kharkov o da Dnipropetrovsk verso Mosca scenderebbe a 7-10 minuti. Questa è per noi una linea rossa, o no?».


La ricorrente idea di installare in Bielorussia a Baranavičy (Brėst), a Lida (Hrodna) e presso l’aerodromo di Babrujsk (Mahilëŭ) degli avamposti militari volti a fronteggiare l’avanzata verso est delle strutture politico-militari occidentali non è mai tramontata nella stanza dei bottoni a Mosca. L’interesse lineare del Cremlino Ã¨ quello di schierare in Transnistria un mix di sistemi missilistici terra-aria (S350 Vityaz, S400 Triumph, S500 Prometheus) e terra-terra (Iskander-M) tattici. I primi sarebbero atti a proteggere efficientemente lo spazio aereo della linea rossa, i secondi contrasterebbero in modo concettualmente simmetrico le peculiarità di doppio impiego – difensivo e offensivo – della base missilistica Aegis Ashoredella Nato a Deveselu (Romania). I missili da crociera a capacità nucleare 9M729 Novator, il cui raggio d’azione è risaputo superare ampiamente i 500 chilometri, farebbero all’uopo. La soluzione prevista per la Transnistria ricalcherebbe perfettamente quella già adottata per l’exclavedi Kaliningrad. Solo l’emarginazione logistica di Tiraspol impedisce a Mosca di fissare il paletto meridionale della linea di demarcazione egemonica.


La corsa all’istmo d’Europa vede la Russia in netto svantaggio rispetto agli Stati Uniti. Gli strateghi americani si sono mossi con largo anticipo, serrando le fila dei paesi mitteleuropei e legandoli logisticamente e difensivamente alle decisioni di Washington. Il processo è annoso e prosegue in modo simmetrico, lento e morbido.


L’Iniziativa dei Tre Mari (Trimarium, I3m) nasce formalmente per promuovere la cooperazione e per implementare progetti dal respiro geoeconomico. In realtà cela obiettivi infrastrutturali di natura geostrategica. Tra i principali progetti vi è il tracciato ferroviario Rail2Seache collegherà Danzica (Polonia) sul Mar Baltico a Costanza (Romania) sul Mar Nero. Spostare merci da un mare semi-chiuso a un altro bacino semi-chiuso non è una gran pensata: per rifornire i mercati mitteleuropei è assai preferibile avvalersi dei collegamenti logistici alla città portuale di Trieste sul terzo mare: l’Adriatico. Dunque il senso profondo del progetto ferroviario Rail2Sea promosso dagli Stati Uniti non risiede tanto nello sbandierato sviluppo economico, bensì nel trasporto efficiente di mezzi militari lungo l’intero fianco orientale della Nato. Contribuendo solo col 30% del denaro al Fondo I3m, gli Usa scaricano gran parte dei costi delle proprie ambizioni strategiche sui dodici paesi membri del Trimarium: repubbliche baltiche, Polonia, Cechia, Slovacchia, Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Avvalendosi della propria influenza diplomatica e militare, Washington ridistribuisce gli oneri infrastrutturali per rendere sostenibile il progetto di ripartizione delle sfere di influenza con Mosca. E lo fa in modo altamente geometrico.


La simmetria della nuova cortina virtuale è macroscopica e si appoggia sui due bastioni del fianco orientale dell’Alleanza: Polonia e Romania. Il nuovo corridoio ferroviario idoneo al trasporto militare Rail2Sea correrà in gran parte parallelo all’istmo d’Europa, bypassando per ora la Galizia (Ucraina) e permettendo un celere dispiegamento di mezzi in caso di scontro frontale con Mosca. A una distanza sufficiente da sfuggire alla avanzata strumentazione per la guerra elettromagnetica russa dispiegata nella exclave di Kaliningrad e potenzialmente trasferibile in Transnistria.


A nord della Polonia (Redzikowo) e a sud della Romania (Deveselu) sono ubicate le due basi missilistiche della Nato Aegis Ashore in grado di garantire la più ampia protezione alla penisola europea. Ufficialmente i lanciatori verticali Mk-41 dello scudo missilistico americano sono presentati come difensivi, ma nella realtà si prestano al doppio impiego. Questo naturalmente impensierisce il Cremlino, che sussulta all’idea di constatare la presenza di missili da crociera a capacità nucleare stoccati nelle due basi.


A Łask (Polonia centrale) e a Câmpia Turzii (Transilvania), ben distanti dalle coste per sfuggire agli attacchi aeronavali, sono situate le basi aeree che un domani acquisiranno preminente rilievo strategico per il fianco orientale della Nato. Esse costituiscono i due fuochi dello spazio ellittico del fronte orientale. La base polacca è stata selezionata per ospitare i moderni caccia F35a Lighting II. La base romena già ospita droni Mq-9 Reaper. Le attività di monitoraggio e di spionaggio aereo potrebbero proliferare nel futuro prossimo.


Inoltre la base aerea romeno-statunitense 71 “Emanoil Ionescu” di Câmpia Turzii – ben protetta orograficamente dai Carpazi – potrebbe superare per importanza anche la base aerea multinazionale 57 “Mihail Kogălniceanu” nei pressi del porto di Costanza. Sebbene potenziata, a quest’ultima sarebbe affidato il gravoso compito di assorbire il primo impatto di un’offensiva aeronavale dal Mar Nero, ripartendo più equamente sugli alleati le perdite materiali e umane; mentre alle più protette forze statunitensi spetterebbe il compito di organizzare la riscossa.


Il grosso degli insediamenti militari americani e alleati è ubicato a ovest dei fiumi Vistola (Polonia) e Prut (Romania/Moldova). Questi due corsi d’acqua delimitano in modo naturale le zone cuscinetto a bassa militarizzazione tra i due blocchi contendenti. Le truppe americane non sono propense a oltrepassarli per almeno tre ragioni. In ordine di importanza crescente: rispettare gli accordi assunti con la morente Unione Sovietica (1991); tenere al riparo l’equipaggiamento dalla strumentazione elettromagnetica russa e prevenire danni alla salute delle truppe provocati dai cannoni a microonde; marcare stretto la Germania minacciandola con la “deterrenza negativa”.


I missili russi Iskander a capacità nucleare dispiegati a Kaliningrad potrebbero radere al suolo Berlino (che dista 500 chilometri) in assenza della frapposizione e dello scudo a stelle e strisce. Ricordarlo alla cancellieria tedesca è una formidabile arma diplomatica nella panoplia del Dipartimento di Stato Usa.


Al Pentagono si sta radicando la consapevolezza che un’ulteriore spinta a est comporterebbe la diluizione delle energie e la maggiore indisciplina delle principali potenze del Vecchio Continente, Germania in primis. È questa la ragione per la quale vale la pena investire miliardi di dollari in opere logistiche e strategiche perfettamente in linea su un fronte non troppo ampio e sufficientemente lontano dalla Russia da non provocarne la reazione nucleare, ma abbastanza vicino alla Germania da contenerne le ambizioni. Il grosso della fanteria alleata e statunitense è e sarà dispiegato a Poznán (Polonia) e Craiova (Romania): nelle retrovie rispetto al fronte russo, ma in posizione ottimale per effettuare pressioni politiche (o interventi militari) contro la Germania e i Balcani occidentali.


L’asse Danzica-Costanza corre in modo (quasi) parallelo all’asse Kaliningrad-Tiraspol, cioè alla vera linea rossa cui allude il presidente russo. E non deve stupire che la presenza militare americana in Ucraina si attesti al centro di addestramento di Yavoriv vicino a Leopoli (Ucraina occidentale): essa giace sulla linea Danzica-Costanza in un punto quasi mediano. Secondo il capo di Stato russo, i soldati americani lì dovrebbero rimanere.


Gli investimenti infrastrutturali americani e del Fondo I3m hanno come obbiettivo strategico quello di compattare i paesi alleati a ridosso dell’istmo d’Europa e – mantenendo vivo lo spauracchio russo – tarpare le ali ai potenziali competitori degli Stati Uniti nell’appendice occidentale del Vecchio Continente.


Il disaccoppiamento economico, strategico e culturale tra le due sfere di influenza lungo l’istmo d’Europa diviene di giorno in giorno più evidente. Il definitivo allontanamento della Bielorussia dalle ammalianti sirene occidentali e il suo ritorno sotto l’ala protettiva della Russia ne è un chiaro esempio. Così come lo è la rottura diplomatica con Mosca dei paesi slavi appartenenti al Trimarium. Il gioco delle spie e delle reciproche espulsioni riguarda principalmente loro, non nazioni di altra estrazione linguistico-culturale o di aree geografiche più remote.


Carta di Laura Canali. Testo di Mirko Mussetti.


Carta di Laura Canali – 2021