La neoeletta presidente della Moldova Maia Sandu, non ancora insidiata, in un’intervista a un canale russo ha sollevato un annoso problema: il ruolo del Gruppo operativo di truppe russe (Gotr) nella regione separatista della Transnstria. Secondo il futuro capo di Stato, i “peacekeeper” russi dovrebbero ritirarsi e lasciare spazio a una missione civile sotto l’egida dell’Osce. Ma sia le autorità di Mosca sia i funzionari di Tiraspol sembrano essere di tutt’altro avviso.

Perché conta: Maia Sandu non ha detto nulla di nuovo, ma lo ha detto in un frangente di incertezza sulle future relazioni tra Mosca e Washington. L’approccio morbido e cordiale della leader filo-occidentale, che si sforza sempre più di parlare russo, desta sospetti negli ambienti moscoviti. Chişinău resta ferma sulla necessità di reintegrare la regione separatista in uno Stato centralizzato, mentre Mosca auspica un federalismo asimmetrico che permetta alle autonomie locali (Transnistria e Gagauzia) di incidere sugli orientamenti geopolitici della piccola repubblica.

Ma Sandu non prende in considerazione questa riedizione del Memorandum Kozak, che in buona sostanza intaccherebbe l’indipendenza della Moldova. Secondo la futura presidente, il superamento del conflitto congelato passa necessariamente dal ritiro delle truppe russe e delle oltre 20 mila tonnellate di munizioni stoccate a Cobasna (Kolbasna), la cui deflagrazione accidentale causerebbe un enorme disastro ambientale e umano. D’altronde la Costituzione è perentoria: «La Repubblica Moldova proclama la propria neutralità permanente. La Repubblica Moldova non ammette il dislocamento di truppe militari di altri stati sul proprio territorio».

Per Mosca il Gotr non solo salvaguarda il processo di pace, ma svolge pure una funzione di prevenzione da incidenti – fortuiti o indotti – nel grande arsenale sottoposto a giurisdizione russa. Agli occhi di Putin la presenza di truppe al di fuori della Zona di sicurezza è quindi legale e necessaria. Secondo il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, l’appello di Sandu è «piuttosto irresponsabile». Gli fa eco il ministro degli Esteri transnistriano, Vitaly Ignatiev, secondo cui la missione russa è «da 28 anni l’unica garanzia di pace».

Intanto il Cremlino sta ventilando una misura semplice e pienamente legale per fare molto male alla Moldova, qualora la crisi diplomatica non rientrasse celermente: presentare la fattura del gas consumato dai residenti transnistriani nel corso degli anni. Un debito di svariati miliardi di dollari in grado di mandare in bancarotta la piccola repubblica. Dal canto suo, la Romania non pare interessata a ripagare i conti della nazione sorella per ciò che considera uno schema di finanziamento indiretto al regime di Tiraspol. Si concentra piuttosto sui progetti di piena integrazione elettrica e del gas della Bessarabia (non della Transnistria) con la “madrepatria”, svincolando Chişinău dai ricatti energetici orientali. E contribuendo (forse) involontariamente alla fissazione di una linea di demarcazione delle zone di influenza lungo il fiume Nistru/Dnestr.

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