La filoccidentale Maia Sandu è il nuovo presidente della Repubblica Moldova, avendo riscosso il 57,75% dei suffragi al ballottaggio contro il capo di Stato uscente – il filorusso Igor Dodon. Il consenso è ancor maggiore tra la diaspora, dove la neoeletta ha surclassato il rivale con il 92,94% dei voti all’estero. Messaggi di congratulazioni stanno pervenendo da più parti, a partire dal portavoce russo Dmitrij Peskov: «Noi rispettiamo la scelta del popolo moldavo».

Perché conta: Per Dodon è una disfatta su tutta la linea. Non solo ha perso nelle storiche roccaforti socialiste, ma non ha neppure ricevuto il tanto agognato sostegno di Mosca. Non gli è bastato il cospicuo aiuto proveniente dalle minoranze della regione autonoma di Gagauzia (94%) e della repubblica separatista di Transnistria (85%). Le autorità di Tiraspol hanno persino sospeso le restrizioni alla circolazione, dovute alla crisi epidemica, per permettere ai residenti transnistriani di recarsi alle urne in Bessarabia: un voto per Dodon è stato prezzato 200 rubli transnistriani, circa 10 euro.

Ma il Cremlino non ne voleva più sapere di lui. Negli ultimi anni, Dodon ha pressato in modo assillante affinché Mosca garantisse aiuti finanziari e commerciali (per esempio importare beni moldavi). Ma l’economia della piccola repubblica post-sovietica, incentrata sulla produzione ortofrutticola e vitivinicola, è in diretta concorrenza con quella della Crimea.

Per lo sconfitto si prospettano tre scenari. Primo, sostituirsi all’attuale primo ministro per conservare un aggancio a Mosca. Ma Putin, che da tempo si rifiuta di incontrarlo, sembra proprio essersi seccato. Secondo, prepararsi a elezioni parlamentari anticipate, anche se qui sconta la concorrenza del rivale politico, Renato Usatîi, anch’egli filorusso. Terzo, organizzare la fuga dal paese, qualora venisse appurato che Dodon ha ricevuto finanziamenti illeciti dalla Russia. Magari riparando in Turchia, dove ama spendere ogni anno le proprie vacanze. E dove potrebbe incontrare un altro ex uomo forte moldavo, Vlad Plahotniuc, che di recente ha comprato la cittadinanza turca ovviando a ogni rischio di estradizione.

A Mosca intanto si sta pensando a come rimodulare l’interferenza nella politica interna della Bessarabia. Considerando intoccabile per motivi geostrategici la Transnistria, il Cremlino potrebbe nei prossimi anni dare credito all’offerta politica del russo Usatîi, il quale concepisce un “piano B”: se l’ipotesi di unione tra Moldova e Romania divenisse sempre più concreta, magari con l’assenso della presidente Sandu, egli stesso provvederebbe alla creazione di un partito dei russofoni di Bessarabia in grado di accedere al parlamento di Bucarest. Non solo si tratterebbe della prima formazione russofila in Romania, ma costituirebbe un punto di collegamento informale con i vertici di una nazione che ospita il sistema missilistico americano Aegis Ashore, potenzialmente a capacità nucleare.

Mosca e Washington già pensano a ridisegnare le sfere di influenza. Se la Russia non ha fatto alcunché per evitare la disfatta del proprio referente in Moldova, significa che lungo il fiume Nistru/Dnestr un accordo di massima tra gli apparati delle due potenze già c’è.

Link: www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-16-novembre-rcep-libero-scambio-asia-etiopia-eritrea-tigray-elezioni-moldova/121082