Ankara cerca spazio nei bacini che la circondano: Nero, Azov, Marmara, Egeo, Mediterraneo orientale, Rosso, Caspio. I crescenti attriti con Bulgaria, Romania e Grecia. La base di Kırklareli come esca per gli Usa. In Libia, il gioco con Mosca si fa duro.

1. Il 10 luglio scorso il presidente turco, Recep Tayyp Erdoğan, ha annullato la decisione del 1934 del «padre della patria» Mustafa Kemal Atatürk di convertire in museo la basilica di Santa Sofia a Istanbul. Ritrasformando dunque il maestoso complesso in moschea. La scelta, che ha fatto storcere il naso a molti paesi e irritato l’ortodossia russa e greca, è emblema della compiuta rinascita di un neo-ottomanesimo finora solo strisciante.

Quella che Erdoğan derubrica come faccenda interna è in realtà il manifesto di una vivace ascesa imperiale ispirata ai fasti della fu Sublime Porta. E come tale è stata interpretata dalle cancellerie di mezzo mondo.

Il presidente turco vorrebbe una Turchia egemonica su tutti i fronti terrestri (Balcani, Caucaso, Medio Oriente, Asia centrale, Nordafrica, Corno d’Africa) e marittimi (Mediterraneo allargato). Ma per ricercare una profondità strategica pluridirezionale di tale portata è essenziale disporre di una potente macchina da guerra, che renda credibile ogni politica estera verso le nazioni coinvolte dal progetto imperiale. In particolare, è necessaria una Marina forte e…

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