È entrato in vigore il cessate-il-fuoco “completo” tra le parti belligeranti nel Donbas, concordato il 22 luglio dai delegati di Ucraina e Russia con l’intermediazione dell’Osce. Nel lasso di tempo tra la sottoscrizione e l’attivazione dell’accordo si sono comunque verificate diverse scaramucce sul fronte, anche con l’impiego di armi bandite (per esempio, mortai da 120 mm). I miliziani mettono in dubbio l’esaustività dell’accordo e rimarcano un carattere temporaneo della tregua. Per i combattenti potrebbe trattarsi solo di una pausa.

Perché conta: Tra i punti più ambiziosi del programma elettorale del presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, vi è la fine della guerra nel Donbas. Per mantenere alta la popolarità acquisita, l’ex attore ha bisogno di mostrare all’elettorato risultati concreti. Non deve quindi stupire che l’ennesimo tentativo di porre fine al conflitto armato avvenga a pochi mesi dalle amministrative d’ottobre. Ma il capo di Stato ucraino può dirsi solo parzialmente soddisfatto dall’intesa: nemmeno quest’anno infatti potranno essere organizzate le consultazioni elettorali negli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Neppure la telefonata di ieri all’omologo russo Vladimir Putin ha cambiato la situazione. Eppure, Zelenskiy si era speso molto per un ritorno alla normalità mediante la partecipazione democratica nelle regioni contese. Inoltre si renderanno necessari nuovi colloqui per la liberazione di tutti i prigionieri politici e di guerra nel Donbas e in Crimea. Ma su questo punto Mosca tende a soprassedere, temendo che la liberazione dei detenuti tatari possa portare nella penisola ad atti di terrorismo segretamente appoggiati dalla Turchia.
Questo mezzo successo politico per Kiev corrisponde quindi a un mezzo passo verso il consolidamento del nuovo status quo per Mosca. Non solo i rifornimenti di munizioni e carburante alle truppe separatiste non sono mai cessati, ma la Russia concentra sempre più forze terrestri lungo i confini ucraini e testa temibili sistemi d’arma proprio nel distretto meridionale.

Il Cremlino esercita efficientemente una triplice pressione: verso il teatro conflittuale armeno-azero, verso le sortite delle potenze occidentali nel Mar Nero e, appunto, verso il conteso Donbas. Anche per questo motivo il presidente ucraino cerca l’appoggio di Francia e Germania, nella speranza che un nuovo negoziato nel formato di Normandia possa dare valore all’accordo raggiunto dal Gruppo di contatto trilaterale. Ma la reazione delle cancellerie occidentali – distratte da ben altri dossier – agli appelli ucraini è ogni anno più tiepida.

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