In occasione del quinto anniversario della battaglia di Debaltseve – che causò centinaia di morti e feriti, nonché numerosi prigionieri da entrambe le parti – il 18 febbraio le truppe separatiste del Donbas hanno condotto pesanti attacchi nei pressi della zona demilitarizzata di Zolote. Ma a differenza di cinque anni fa – quando furono costretti alla ritirata lasciando dietro di sé una grande quantità di armamenti – i militari di Kiev hanno subito riguadagnato le posizioni perse. Al termine della giornata si sono registrati un morto e quattro feriti tra le fila governative e  un morto e cinque feriti tra quelle separatiste. Le scaramucce si sono protratte per tutta la settimana, registrando dieci infrazioni anche giovedì 20 febbraio.

Gli attacchi sono giunti inaspettati, dopo una protratta fase di quiescenza. Le aperture del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sembravano aver apportato un maggior grado di fiducia nei negoziati di pace e sortito l’effetto positivo di frenare l’escalation. Ma quella del Donbas non è una guerra congelata, è solo una guerra dimenticata. E come spesso accade nelle guerre per procura, non è mai del tutto chiaro il grado di autonomia dell’attore agente (Donetsk/Lugansk) rispetto al proprio sponsor (Russia). Non è da escludere che la mossa delle autorità separatiste abbia avuto come obiettivo proprio quello di affossare ogni tentativo di accordo tra Kiev e Mosca. Questo potrebbe spiegare anche l’impiego di armi messe al bando dagli accordi di Minsk (mortai di calibro 120, 122 e 152 mm).

Il presidente Zelensky ha sfoggiato cautela di giudizio: convocando il Consiglio di sicurezza nazionale, ha annunciato che la politica per porre fine alla guerra rimarrà immutata. Anche perchè spera in un concreto risultato diplomatico (ma anche mediatico) in vista delle elezioni amministrative di ottobre, che l’ex attore vorrebbe che si tenessero pure nell’Est occupato. Dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha espresso piena disponibilità nel voler chiarire i violenti accadimenti.

Una risposta ammiccante verso Kiev è giunta da Mosca già nella serata di martedì: il presidente russo Vladimir Putin ha licenziato l’architetto della “verticale del potere”, il machiavellico consigliere Vladislav Surkov, considerato da molti analisti il principale stratega della crisi ucraina. Verrà sostituito dal più conciliante Dmitrij Kozak – esperto di conflitti congelati e già emissario per la Transnistria – che ricoprirà il ruolo di capo negoziatore per quanto riguarda la crisi russo-ucraina. La mossa tranchant di Putin potrebbe avere il fine (tra gli altri) di rassicurare Zelensky sulla validità dei colloqui di Parigi dello scorso dicembre.

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