In questi giorni in Ucraina tiene banco l’idea di ripristinare le forniture idriche verso la Crimea, sospese nel 2014 dopo l’annessione russa. Alcuni esponenti del partito del presidente Volodymyr Zelensky avanzano l’idea di ristabilirle in cambio di una revisione degli accordi di Minsk e del pacifico ritorno ai confini prebellici nel Donbas.

Perché conta: Nel 2014 Kiev bloccò il canale artificiale nord-crimeano, che in modo ramificato riforniva di acqua l’intera penisola. Attingendo dal serbatoio di Kakhovka (fiume Dnipro), il sistema idrico garantiva l’85% del fabbisogno di acqua – anche irrigua. Le riserve si stanno esaurendo e le falde prosciugando. Si stima che l’acqua potabile possa bastare ancora per poco più di due mesi. Se con la costruzione del ponte di Kerch e delle annesse linee di rifornimento (elettricità e gas) gran parte dei problemi logistici ed energetici sono stati ovviati, quella idrica rimane una grave minaccia.

Poiché la Crimea è priva di importanti sorgenti, difficilmente Mosca potrà risolvere il rompicapo senza un accordo politico con la controparte ucraina. Ma al momento il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov smentisce l’idea di concedere il completo controllo dei confini del Donbas alle autorità di Kiev. Non è da escludere però che i russi stiano formulando una controproposta: rifornimenti idrici per lo scambio “tutti per tutti” dei prigionieri politici. Questa mossa potrebbe trovare la sponda anche dei tatari di Crimea, che contano numerosi incarcerati tra le proprie fila, intaccando al contempo l’autorità del leader Mustafa Dzhemilev, acerrimo nemico di Mosca. La scommessa russa potrebbe ruotare attorno al bisogno del presidente ucraino di mostrare importanti successi in vista delle elezioni amministrative di ottobre, che Zelensky vorrebbe si tenessero anche nell’Est separatista.

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