Dal vertice di Parigi del 10 dicembre tra gli Stati del cosiddetto “formato di Normandia” (Francia, Germania, Russia e Ucraina) sono giunti dei piccoli ma incoraggianti segnali verso la soluzione del conflitto nel Donbas. Per il presidente russo Putin e il suo omologo ucraino Zelenski il primo passo è l’estensione del cessate il fuoco a tutta l’area soggetta agli scontri armati.

Tanto Mosca quanto Kiev hanno interesse a congelare il conflitto. Lo stillicidio permanente non giova a Zelenski, che punta a consolidare l’ampio consenso interno di cui gode. D’altro canto, l’inquilino del Cremlino non è mai stato un fanatico sostenitore della guerra cannoneggiata nell’Est dell’Ucraina: ciò che maggiormente teme è lo sparpagliamento delle limitate energie della Federazione in un teatro regionale logorante. Inoltre la dispersione finanziaria non aiuta l’ammodernamento delle Forze armate e della tecnica militare di cui la Russia ha un fondamentale bisogno. Lo testimoniano i continui incidenti negli arsenali, nelle basi di ricerca e sulle unità navali. Per Mosca sarebbe un buon risultato l’ottenimento di un’ampia autonomia (anche securitaria) per le regioni orientali dell’Ucraina, che potrebbero tornare a votare e, quindi, a influire sulla politica estera del governo centrale.

Il successo di Parigi è principalmente mediatico per tutti i convenuti. Anche lo sblocco del negoziato sul transito del gas in Ucraina è da considerarsi un successo parziale. Non solo il direttore esecutivo di Naftogaz ha smentito l’accordo, ma anche le tre società energetiche moldave (di cui una transnistriana) non credono troppo al raggiungimento di una (finta) intesa. Tiraspol e Chişinău hanno collaborato frettolosamente per l’immediato ripristino del gasdotto Şdkri (Şebelinca-Denopropetrprovsk-Krivoi Rog-Ismail) in regime inverso per l’ottenimento di gas dal corridoio transbalcanico (Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina). Entrambe hanno fiutato l’interesse di alcune frange ucraine nel far saltare l’intesa con Gazprom allo scopo di trarre un margine di profitto dalla vendita di gas naturale liquefatto (lng) dalle riserve strategiche di Kiev e dal transito di elettricità russa per la Transnistria tramite un’azienda intermediaria (guarda caso) di Ihor Kolomoyskyi, principale sponsor del presidente ucraino.

Insomma, forse un accordo sul transito del gas potrebbe essere raggiunto in zona Cesarini, ma non senza qualche brivido. Non di solo freddo.

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