Il governo “europeista” di minoranza di Maia Sandu è caduto in seguito alla mozione di sfiducia votata da 61 parlamentari su 101. I democratici del latitante Vladimir Plahotniuc e i socialisti del capo dello Stato Igor Dodon si sono uniti per bloccare le attese riforme della giustizia. Entro tre giorni la premier dovrà rassegnare le dimissioni del governo nelle mani del presidente filorusso.

Perché conta: Forte dell’ottimo risultato alle recenti elezioni amministrative, il presidente è passato all’incasso. Con un’opposizione frammentata e l’ex alleata messa in un angolo, Dodon vuole controllare le procure e i servizi d’intelligence, obiettivo essenziale per consolidare la propria presidenza, soprattutto in un contesto politico tripartito con due poli filo-atlantici.

Peraltro, il tentativo di Sandu di riformare la giustizia avrebbe limitato l’influenza di Mosca nella piccola repubblica ex sovietica. Non solo: questo è probabilmente l’ultimo inverno nel quale il Cremlino potrà esercitare concretamente la leva geopolitica del gas (il gasdotto con la Romania verrà ultimato nel 2020). Ecco allora che la minaccia di lasciare al gelo la Bessarabia diviene ora un’arma aggiuntiva per forzare la cessione alla Russia dei due principali accessi alla Moldova: l’aeroporto di Chişinău e il porto mercantile di Giurgiuleşti. Una guerra economica strisciante, condotta da Mosca, che ha come obiettivo quello di indurre i concessionari (Avia Invest del britannico Nathaniel Rothshild e Bemol Retail dell’olandese Thomas Moser) a cedere a compagnie russe le strategiche infrastrutture.

Caduto l’esecutivo filo-occidentale, Mosca potrebbe guadagnare con discrezione gli essenziali passaggi logistici verso la Moldova e, dunque, verso l’isolatissima Transnistria. Il fatto che a rischio vi siano anche i finanziamenti internazionali (in primis quelli dell’Ue) concessi al governo moldavo non turba minimamente il Cremlino.