La piccola Moldova sta vivendo in questi giorni una profondissima e pericolosa crisi istituzionale. A seguito della visita della scorsa settimana a Chişinău dell’emissario del Cremlino, Dmitry Kozak, lo stallo politico post-elettorale pareva definitivamente superato. Ai socialisti filorussi (Psrm) del presidente Igor Dodon sarebbe andata l’importante carica di speaker del Parlamento, mentre agli europeisti di Maia Sandu (Acum) il governo di minoranza. Insieme avrebbero amministrato il Paese, mettendo nell’angolo il terzo polo del Parlamento: i democratici (Pdm) del discusso oligarca Vlad Plahotniuc, vera eminenza grigia della piccola Repubblica.

Pareva fatta. Soprattutto in considerazione del fatto che il commissario dell’Unione europea per la Politica di vicinato, Johannes Hahn, e il responsabile del Dipartimento Usa per l’Est Europa, Brad Freden – in quei giorni nella capitale moldava – non avevano espresso alcuna rimostranza.

Il colpo di coda di Plahotniuc
Ma le risorse di Plahotniuc paiono inesauribili. Con una interpretazione pretestuosa della norma dei “tre mesi” di tempo per formare un esecutivo, la Corte costituzionale – composta da uomini vicini al leader democratico – ha dichiarato illegittimo il nascente governo di Maia Sandu, poiché insediatosi oltre la scadenza limite “dei 90 giorni”. La Corte ha poi sospeso dalle sue funzioni il capo dello Stato, ordinando al premier uscente Pavel Filip (Pdm) di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Il mancato passaggio dei poteri è stato vissuto in modo così convulso e frenetico da indurre Filip a commettere errori come la fissazione della data delle nuove consultazioni in un giorno feriale: venerdì 6 settembre.

Il nuovo Parlamento ha reagito votando all’unanimità dei presenti (Psrm e Acum insieme) l’incostituzionalità della decisione della Corte, completando la reciproca delegittimazione dei poteri dello Stato. Come se non bastasse, l’ingegnoso ‘Mr. P’ si è lanciato in una capillare guerra personale fatta di dossieraggi, ricatti e incitamenti alla rivolta popolare.

Lo schema del ribaltone politico del leader democratico
Il tentativo di ribaltone politico segue uno schema ben preciso: accusare il presidente della Repubblica di tradimento della Patria, mostrando prove “inconfutabili”; pretendere lo scioglimento del Psrm per finanziamento illecito estero (Russia), escludendolo da future elezioni; chiedere le elezioni anticipate; neutralizzare i funzionari pubblici che dichiarano sostegno al nuovo governo Sandu; comprare il sostegno delle potenze occidentali.

In questo guerra intestina, ormai irreversibile, il primo che molla perde tutto: se Plahotniuc si adeguasse al nuovo corso, rischierebbe il carcere per corruzione senza via di fuga sicura per l’estero; se Dodon accettasse di tornare alle urne, il Psrm potrebbe essere escluso ed egli accusato di alto tradimento; se Sandu si apprestasse a nuove elezioni, la propria formazione risulterebbe ridimensionata e privata del consenso dell’elettorato unionista ed europeista a causa dell’inviso patto con i filorussi.

L’atteggiamento della comunità occidentale
La comunità internazionale pare al momento sostenere il nuovo governo, seppur bizzarro, considerandolo frutto di regolari e democratiche elezioni. Ma l’inossidabile magnate cerca di creare un consenso internazionale attorno alla propria opposizione per la ‘salvezza’ della Moldova.

La decisione del premier uscente Filip di trasferire l’ambasciata moldava in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme ha proprio questo scopo. Così come la contestuale cessione del vastissimo terreno dell’ex stadio repubblicano a Chişinău all’ambasciata degli Stati Uniti, affinché costruiscano la nuova sede. Con questi due provvedimenti il vecchio esecutivo cerca di ottenere con scambi concreti il prezioso sostegno di Israele e degli Usa.

Nel frattempo gli sherpa di ‘Mr. P’ stanno sondando l’eventuale appoggio del governo di Bucarest, anch’esso in forte difficoltà sul fronte corruzione, cercando di persuaderlo che le elezioni anticipate sarebbero a primario vantaggio dei movimenti unionisti in Moldova, i quali potrebbero crescere vistosamente grazie all’azzeramento dell’offerta politica.

Dal canto suo Mosca ha già dichiarato – parole di Putin – che sosterrà il presidente Dodon contro ogni tentativo di usurpazione del potere, aspettandosi che le cancellerie occidentali si schierino dalla parte giusta. Ovvero contro i poteri oligarchici.

Emergenza energia e ‘generale Inverno’
Il Cremlino ha buona ragione di essere in apprensione. Qualora non vi sia a Chişinău un governo responsabile nel pieno delle proprie funzioni prima del prossimo inverno, diverrebbe impossibile affrontare l’attesa crisi energetica nella regione. Con la sospensione del transito di gas russo attraverso l’Ucraina, la regione separatista di Transnistria rischierebbe seriamente di rimanere al gelo con inevitabili ripercussioni sul tessuto socio-economico.

Il presidente transnistriano e amico di Putin, Vadim Krasnosesky, senza i giusti appoggi esterni faticherebbe a fronteggiare eventuali sommosse eterodirette. Kiev ha già annunciato che l’Sbu (intelligence) sta rafforzando il controspionaggio lungo tutto il confine condiviso con la Moldova, proprio per impedire l’ingresso nella piccola repubblica di agenti segreti russi o di cittadini radicalizzati.

L’unico leader Ue ad essersi accorto della gravità della situazione pare essere il presidente della Romania, Klaus Iohannis, il quale ha scritto una lettera a Bruxelles per chiedere “in regime d’urgenza” provvedimenti negoziati e condivisi. D’altronde Bucarest vuole evitare una crisi geopolitica e securitaria lungo le proprie frontiere.

E possibilmente sapere già da ora con chi rapportarsi per l’eventuale vendita alla Moldova di gas romeno a prezzi politici.