La piccola Moldova sta vivendo in questi giorni una fase di profonda crisi istituzionale, che potrebbe celare pericolosi risvolti geopolitici. In seguito alla visita a Chişinău dell’emissario del Cremlino, Dmitry Kozak, pareva superato il prolungato stallo post-elettorale e raggiunto un accordo per la formazione di una maggioranza parlamentare e di un esecutivo di minoranza. I socialisti filorussi del presidente Igor Dodon avrebbero ottenuto la preziosa carica di speaker del parlamento monocamerale, mentre agli europeisti di Maia Sandu si sarebbero occupati della formazione di un nuovo governo. Con un patto inaspettato, le formazioni cerca(va)no di mettere in un angolo il potente oligarca Vlad Plahotniuc, espressione dell’ambiguo europeismo degli ultimi anni, dotato di risorse quasi infinite e di determinanti amicizie nei gangli del potere statale e – forse – internazionale.

Con una pretestuosa interpretazione delle norme, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il governo Sandu all’indomani del suo insediamento, ordinato lo scioglimento del parlamento e sospeso i poteri del capo dello Stato. Il tentativo di bloccare il nuovo corso politico passa dall’indizione di nuove elezioni, dall’incriminazione della massima carica statale per alto tradimento, dallo scioglimento del partito di Dodon per finanziamento estero illecito (Russia) e dalla creazione di un consenso occidentale per la “salvezza” della Repubblica.

Il rischio geopolitico risiede nel tentativo da parte del destituito sistema politico locale di ricreare il classico confronto Occidente-Russia. Non è un caso che l’unica istituzione formalmente legittima, il governo uscente di Pavel Filip, prima di dimettersi (nel pomeriggio di venerdì) abbia annunciato il trasferimento dell’ambasciata moldava in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e provveduto alla cessione di un vastissimo lotto di terreno nel centro della capitale all’ambasciata Usa. Nei calcoli di Plahotniuc, comprare il sostegno della Knesset e del Senato statunitense era il primo passo per coagulare un sostegno internazionale più ampio. L’Ucraina si è già mostrata piuttosto ricettiva, sposando la narrazione anti-russa e condannando il tentativo di Kozak di federalizzizione della Moldova.

In questo contesto, Bucarest è guardinga: il presidente romeno Iohannis chiede alle sonnecchianti cancellerie europee un intervento negoziato e unitario in “regime d’urgenza”, onde evitare il peggio alle proprie frontiere. Ma non potendo attendere una risposta celere o congrua, invia nel paese vicino il proprio personale consigliere politico (Bogdan Aurescu) a trattare con tutte le forze politiche.
Con le dimissioni del governo Filip, la crisi prosegue in altre forme.

La piccola Moldova sta vivendo in questi giorni una fase di profonda crisi istituzionale, che potrebbe celare pericolosi risvolti geopolitici. In seguito alla visita a Chişinău dell’emissario del Cremlino, Dmitry Kozak, pareva superato il prolungato stallo post-elettorale e raggiunto un accordo per la formazione di una maggioranza parlamentare e di un esecutivo di minoranza. I socialisti filorussi del presidente Igor Dodon avrebbero ottenuto la preziosa carica di speaker del parlamento monocamerale, mentre agli europeisti di Maia Sandu si sarebbero occupati della formazione di un nuovo governo. Con un patto inaspettato, le formazioni cerca(va)no di mettere in un angolo il potente oligarca Vlad Plahotniuc, espressione dell’ambiguo europeismo degli ultimi anni, dotato di risorse quasi infinite e di determinanti amicizie nei gangli del potere statale e – forse – internazionale.

Con una pretestuosa interpretazione delle norme, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il governo Sandu all’indomani del suo insediamento, ordinato lo scioglimento del parlamento e sospeso i poteri del capo dello Stato. Il tentativo di bloccare il nuovo corso politico passa dall’indizione di nuove elezioni, dall’incriminazione della massima carica statale per alto tradimento, dallo scioglimento del partito di Dodon per finanziamento estero illecito (Russia) e dalla creazione di un consenso occidentale per la “salvezza” della Repubblica.

Il rischio geopolitico risiede nel tentativo da parte del destituito sistema politico locale di ricreare il classico confronto Occidente-Russia. Non è un caso che l’unica istituzione formalmente legittima, il governo uscente di Pavel Filip, prima di dimettersi (nel pomeriggio di venerdì) abbia annunciato il trasferimento dell’ambasciata moldava in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e provveduto alla cessione di un vastissimo lotto di terreno nel centro della capitale all’ambasciata Usa. Nei calcoli di Plahotniuc, comprare il sostegno della Knesset e del Senato statunitense era il primo passo per coagulare un sostegno internazionale più ampio. L’Ucraina si è già mostrata piuttosto ricettiva, sposando la narrazione anti-russa e condannando il tentativo di Kozak di federalizzizione della Moldova.

In questo contesto, Bucarest è guardinga: il presidente romeno Iohannis chiede alle sonnecchianti cancellerie europee un intervento negoziato e unitario in “regime d’urgenza”, onde evitare il peggio alle proprie frontiere. Ma non potendo attendere una risposta celere o congrua, invia nel paese vicino il proprio personale consigliere politico (Bogdan Aurescu) a trattare con tutte le forze politiche.
Con le dimissioni del governo Filip, la crisi prosegue in altre forme.