Il leader dei socialdemocratici romeni (Psd) e presidente della Camera dei Deputati, Liviu Dragnea, è stato condannato in via definitiva a tre anni e sei mesi di carcere per abuso di potere. Ieri ha trascorso la sua prima notte in prigione.

Perché conta: La pesante sentenza è giunta il giorno dopo la sconfitta del partito di governo alle elezioni europee. Inoltre, il popolo romeno ha espresso parere positivo al referendum anticorruzione convocato dal capo dello Stato Klaus Iohannis, sconfessando quindi le politiche dell’esecutivo e i suoi tentativi di riformare la giustizia con norme ad hoc.

La debole premier Viorica Dăncilă, già fedele gregaria di Dragnea, ha comunque fatto sapere che il governo non si dimetterà. Ma senza dare nell’occhio sta orchestrando la fuoriuscita dal Partito social democratico (Psd) dei colleghi più vicini all’ormai ex uomo forte di Romania, nel tentativo di evitare che il Psd venga definitivamente travolto dagli scandali. Inoltre, deve cercare di ricompattare tutti gli alleati di governo: in ballo c’è l’importante carica di presidente della Camera, lasciata vacante da Dragnea. A salvare il Psd da eventuali elezioni anticipate, che con ogni probabilità lo spazzerebbero via, è un provvidenziale cavillo costituzionale: il parlamento non può essere sciolto negli ultimi sei mesi di mandato del presidente della repubblica (scade il 21 dicembre 2019).

Nel frattempo Iohannis gongola, assaporando la débâcle del proprio acerrimo nemico politico e pensando a come ottimizzare la vicenda anche a livello internazionale. Bruxelles da qualche anno ha gli occhi puntati su Bucarest in tema di lotta alla corruzione. Dimostrando che la guerra al malaffare non è mai cessata e che anzi è condotta ai più alti livelli, Iohannis potrà ora insistere per la piena accettazione della Romania nello spazio Schengen. Ma anche tentare di ridimensionare eventuali tagli ai fondi di coesione comunitari nel prossimo bilancio Ue.

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