Commento per Il Mondo Oggi del 26 aprile 2019. Link

Il 21 aprile si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali ucraine, che ha visto trionfare l’attore comico Volodimir Zelenski con un 73% dei voti sul candidato uscente Petro Poroshenko, raccogliendo la fiducia degli elettori in quasi tutte le circoscrizioni nazionali. Il “servitore del popolo” (dal titolo della fiction che lo ha reso celebre) non dovrà solo dare seguito alla promessa elettorale di una virulenta lotta alla corruzione ma dovrà occuparsi immediatamente di una serie di dossier dall’alto contenuto strategico e securitario.

Il conflitto a bassa intensità nel Donbas è una vera e propria guerra per procura tra Washington e Mosca, che ha portato a una controproducente fase di stallo politica ed economica tra le parti belligeranti. Gli accordi di Minsk sono sostanzialmente disattesi a detrimento dell’integrità territoriale ucraina, ponendo il nuovo capo di Stato di fronte all’amletico dilemma: riconoscere lo status quo o accettare lo stillicidio perenne.

Non è chiaro quale parte della tragicommedia l’attore pop deciderà di recitare pubblicamente sulla scena internazionale, ma una cosa è certa: Zelenski dovrà sedersi ai tavoli delle trattative sia con Putin per scongiurare la crisi energetica prevista per l’inverno, sia con Trump per aumentare il proprio scarso potere negoziale verso la Russia.

A seguito dell’incendiario lodo di Stoccolma, che vincola Mosca a risarcire Kiev per la mancata erogazione delle forniture di gas, Gazprom ha già avvertito i paesi confinanti dell’interruzione del transito di gas attraverso il suolo ucraino, facendo affidamento sui gasdotti sottomarini Nord Stream nel Mar Baltico e Turk Stream nel Mar Nero. Diventa dunque impellente per il neopresidente spingere verso una revisione di questa drastica decisione che lascerebbe al gelo l’intera nazione con disastrose conseguenze socioeconomiche. Qualora la decisione del Cremlino risultasse irrevocabile, Zelenski potrebbe essere costretto a negoziare l’acquisto di economico carbone proprio dalle miniere delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk, con inevitabili contropartite politiche (alleviando peraltro le sofferenze fiscali del Donbas). L’acquisto di gas russo da paesi terzi sarebbe comunque un salasso per le disastrate casse di Kiev.

Nel tentativo di accrescere il proprio peso negoziale, l’Ucraina inizierà già quest’anno i test di missili tattici Grom-2 (mille chilometri di gittata circa), mentre a maggio proseguiranno quelli sui sistemi antinave Neptune. Ma affinché abbiano successo è imprescindibile l’appoggio a stelle e strisce. A meno che la rinuncia allo sviluppo dei sistemi balistici sia oggetto di contrattazione proprio con il Cremlino.

Zelenski dovrà inoltre tranquillizzare Ungheria e Romania sulle politiche linguistiche adottate dal predecessore, che ha imposto l’ucraino come unico idioma ufficiale di Stato, impedendo ai funzionari pubblici l’impiego di altre lingue e disincentivando la produzione nazionale di film ed altre opere intellettuali in altri idiomi. Naturalmente Budapest e Bucarest, che contano corpose minoranze etniche (Transcarpazia, Bucovina settentrionale e Bessarabia Vecchia) nella grande nazione slava, non hanno gradito.

Zelenski non si è nemmeno ancora insediato e già deve guardarsi le spalle sia a ovest che a est.