Oggetto di scarsa attenzione da parte della Nato, questo specchio d’acqua conosce un’accesa competizione geoeconomica per arginare le mire strategiche della Russia.


Fra i temi trattati all’ultimo vertice biennale della Nato (Bruxelles, 11-12 luglio) vi è stato naturalmente il consolidamento del fianco orientale dell’Alleanza.

Senza dubbio, il Mar Nero è tra i punti più deboli del limes atlantico, a causa delle poderose misure di interdizione d’area (anti-access/area denial, a2/ad) adottate da Mosca in seguito alla cruciale annessione della Crimea. A lungo i paesi alleati hanno riservato maggiori attenzioni alla subregione baltica rispetto all’area eusina, considerando la prossimità geografica del contendente russo più determinante della sua proiezione geostrategica. Visione apparentemente logica, che non collima però con i reali obiettivi strategici del Cremlino.

Storicamente la Russia ha sempre cercato di rafforzare la propria presenza politica e militare nella regione del Mar Nero. Lo testimoniano le numerose annessioni territoriali, gli svariati conflitti caucasici, la dozzina di guerre russo-turche e la costante influenza esercitata sulla Bessarabia.

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