Tratto da Il Mondo Oggi, 31 maggio 2018 Link


Il 29 e 30 maggio si è tenuta a Roma la Conferenza permanente per la regolamentazione del conflitto transnistriano. A presiedere il forum nel formato 5+2 (Moldova, Transnistria, Russia, Ucraina, Osce + Ue e Usa) è stato il rappresentante speciale dell’Osce Franco Frattini, il quale si è detto soddisfatto dei risultati conseguiti: “La riunione di Roma è stata costruttiva”.


Sul tavolo c’era un pacchetto di otto punti per la risoluzione dei problemi dei cittadini di entrambe le sponde del fiume Nistru, concernenti principalmente questioni economiche, umanitarie e della circolazione. Ossia temi dal bassissimo contenuto geopolitico, con la dichiarata speranza che “la politica dei piccoli passi” possa condurre a un miglioramento complessivo delle relazioni tra Chișinău e Tiraspol.


Per il ministro degli Esteri transnistriano Vitaly Ignatiev, “i negoziati non sono stati semplici, ma sono stati ottenuti risultati concreti”. Il primo punto da implementare è l’appianamento delle divergenze nel settore delle telecomunicazioni.


Il capo della diplomazia transnistriana torna comunque a Tiraspol con l’amaro in bocca: i rappresentanti moldavi si sono rifiutati di porre al centro delle discussioni il tema attualmente più dirimente, ovvero la recente apertura di punti doganali comuni moldo-ucraini lungo il confine orientale della Transnistria. Secondo la vicepremier moldava Cristina Lesnic, “il controllo comune non rappresenta un obiettivo dell’agenda 5+2; questo tema si discute solo tra Repubblica Moldova e Ucraina”.


La sensazione dunque è che nessuno voglia mostrarsi poco collaborativo di fronte agli osservatori internazionali, ma che di fatto non esista una reale intenzione di giungere a compromessi storici. Soprattutto nell’anno delle elezioni politiche moldave, che si svolgeranno in un contesto di massima tensione tra Occidente e Russia.


Intanto la situazione sul campo si aggrava. Per esempio, mentre si parla dell’immatricolazione di automobili transnistriane, l’Ucraina ne proibisce la circolazione. E mentre si discute come risolvere la grave crisi socio-economica nella regione separatista, Kiev mette in ginocchio l’economia della città industriale di Rîbnița, imponendo sanzioni all’industria metallurgica e vietando il rientro di capitali transnistriani investiti in Ucraina.


Nel frattempo la Romania (esclusa dai negoziati) sta implementando progetti infrastrutturali mirati a svincolare entro un anno i territori a ovest del fiume Nistru dalla dipendenza energetica – gas ed elettricità – verso la Russia e la Transnistria stessa.


Il cosiddetto “conflitto congelato” è lungi dal concludersi.