Il presidente moldavo continua a fare un uso asimmetrico del concetto di neutralità costituzionale del suo paese, negando un avvicinamento alla Nato e passando in cavalleria il sempre maggior coinvolgimento di Mosca in Transnistria.

Pillola geopolitica di Limes del 28 aprile 2017. Link

Il presidente moldavo continua a fare un uso asimmetrico del concetto di neutralità costituzionale del suo paese, negando un avvicinamento alla Nato e passando in cavalleria il sempre maggior coinvolgimento di Mosca in Transnistria.

Per la seconda volta dall’inizio dell’anno e della propria presidenza, Igor Dodon ha negato a un simbolico contingente di 50 militari moldavi di partecipare alle esercitazioni congiunte con truppe Nato nella regione del delta del Danubio (Dobrogea) in Romania.

Nelle esercitazioni Platinum Eagle 17.2 che si svolgeranno fino al 4 maggio i militari moldavi si sarebbero dovuti misurare e coordinare con i colleghi di Stati Uniti, Canada, Bulgaria, Azerbaigian e Montenegro.

Il carismatico presidente filorusso e antiromeno ha motivato la propria decisione bollando l’iniziativa come “inappropriata” per un paese costituzionalmente neutrale. Il ministro della Difesa Gheorghe Galbura e gli alti comandi dell’Esercito sono sconcertati e delusi dal fatto che le uniche occasioni per testare l’efficienza delle truppe vengano bruciate per motivazioni sostanzialmente politiche.

Già a febbraio, nel quadro della sua visita alla sede Nato di Bruxelles, Dodon espresse il proprio diniego verso tali iniziative e mostrò tutta la propria avversione all’Alleanza Atlantica. In quell’occasione propose al vice segretario generale Rose Gottemoeller di firmare un memorandum che riconoscesse in modo restrittivo la neutralità costituzionale della Moldova e a rinunciare all’apertura – già concordata con l’ex capo di Stato Nicolae Timofti – di un ufficio di collegamento Nato a Chişinău.

Spesso Dodon si appella – anche retoricamente – al principio di neutralità in un modo alquanto ambiguo e in ottica puramente antiatlantica. Non ha mai espresso infatti pari contrarietà alla presenza di militari russi al di fuori della Zona di sicurezza nella regione separatista della Transnistria: quasi volesse rimarcarne un ruolo stabilizzante e ostentare gratitudine verso il sostegno del Cremlino.

Il gruppo operativo delle truppe russe in Transnistria è invece attivissimo: non passa settimana nella quale non vengano operate esercitazioni militari di varia natura (tiro, superamento ostacoli, trasmissioni, gruppi tattici, attacchi chimici, eccetera), ma perlopiù di reazione e difesa.

Il 9 maggio, durante la sentitissima festività del Giorno della vittoria, marceranno per la seconda volta a Tiraspol circa 100 militari russi senza il timore di contestazioni: dallo scorso anno è diventato reato in Transnistria (punibile anche con il carcere) negare pubblicamente il ruolo pacificatore dei peacekeeper russi stanziati nell’area.

Le celebrazioni di Tiraspol saranno quest’anno molto colorate: oltre al variopinto emblema statale e ai nastri nero-arancioni di San Giorgio, assieme alle bandiere rosso-verdi transnistriane, sventolerà su tutti gli edifici pubblici il tricolore russo. Equiparato da una recente legge al vessillo nazionale.