Limes pubblica nella rassegna geopolitica quotidiana IL MONDO OGGI un mio commento sull’incontro a Mosca tra il presidente moldavo Igor Dodon e l’omologo russo Vladimir Putin. Link


Il filorusso Igor Dodon ha effettuato il suo primo viaggio ufficiale da presidente della Repubblica Moldova a Mosca.
Mossa alquanto simbolica volta a far chiarezza sulla visione geopolitica della propria presidenza: Chișinău deve privilegiare i propri rapporti politici e commerciali esterni con Mosca.


Dodon, incontrandosi con il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, ha avuto modo di trattare temi di cruciale importanza per il proprio paese quali la gestione del conflitto transnistriano, il superamento delle sanzioni russe volte a colpire il mercato ortofrutticolo e viti-vinicolo del paese e i rapporti controversi della piccola repubblica con l’Alleanza Atlantica.
Ovviamente non si è lasciato sfuggire l’occasione di attaccare Bruxelles e Bucarest.
Per l’occasione, infatti, ha tenuto a precisare che, qualora il Partito Socialista (di cui è il massimo esponente) vincesse alle prossime elezioni parlamentari, provvederebbe ad annullare l’accordo di associazione che lega il paese all’Unione Europea. Ammettendo di fatto che il presidente non possiede sufficienti poteri per indirizzare le politiche estere del paese. Il compito spetta al governo e al parlamento, attualmente controllato da forze (forse) europeiste.
Di questi tempi, Bruxelles ha ben altro a cui pensare che rispondere a provocazioni di rilievo secondario.
Sfruttando il raro e prezioso momento di visibilità riservato a un presidente moldavo, Dodon ha altresì attaccato Bucarest dichiarando spregiudicatamente che “una parte di Romania è Ungheria, mentre un’altra parte è Moldova”.
Lo scopo di tale dichiarazione è porre un freno alle crescenti rivalse unioniste promosse dalla nazione sorella e rammaricarsi per l’assenza di un trattato doganale tra i due paesi. Conscia che a tali dichiarazioni dovrà fare l’abitudine per i prossimi quattro anni, la Romania non ha mostrato un grande sbigottimento: si è limitata è mostrare indifferenza nei confronti di quello che per tutte le forze politiche del paese è una semplice nullità.
Per quanto riguarda il conflitto transnistriano, Dodon ha rimarcato il proprio desiderio di giungere a una soluzione politica nei prossimi tre-quattro anni, promuovendo la federalizzazione di tutte le regioni appartenenti de iure alla Repubblica Moldova, resuscitando il Memorandum Kozak del 2003.
Mossa ad effetto, ma decisamente poco carica di una qualche efficacia: non solo il neo-presidente transnistriano Vadim Krasnoselskii rigetta da sempre l’idea, ma da qualche giorno il fidato amico personale di Putin ha ottenuto il consenso all’apertura di una rappresentanza presidenziale della Transnistria a Mosca, nominando il “falco dell’indipendenza” Alexandr Caraman (vecchia conoscenza di Putin) di ritorno dalla Repubblica Popolare di Donetsk, ov’era vicepresidente del consiglio dei ministri con delega alle tematiche sociali.
Dodon, consapevole dei suoi pochi poteri, ha voluto sfruttare il palcoscenico moscovita allo scopo di influenzare quanto più possibile la politica interna del proprio paese. Ha tentato di fare lo stesso simbolicamente nelle ultime settimane, rimuovendo la bandiera europea dai propri palazzi, dichiarando che in Moldova non si parla romeno (bensì moldavo!), sfruttando il dissidio interno al partito liberale per licenziare per decreto il ministro atlantista e unionista Şalaru e infine revocando la cittadinanza moldava all’ex presidente romeno Traian Băsescu.
Per Putin, che nulla ha mai promesso a Dodon, la nuova presidenza moldava è manna piovuta dal cielo.