Limes pubblica nella rassegna geopolitica quotidiana IL MONDO OGGI un mio commento sugli esiti delle elezioni parlamentari in Romania. Link


Domenica 11 dicembre si sono tenute in Romania le elezioni parlamentari, contraddistinte da una bassissima affluenza alle urne: solo il 39,49% degli aventi diritto ha espresso il proprio voto.
L’assenteismo cronico ha favorito il Partito social-democratico (Psd), che ha potuto contare su una massiccia mobilitazione di partito. Il Psd ha ottenuto il risultato migliore della propria storia accaparrandosi circa il 45% delle preferenze e dominando in 36 provincie su 44.
A parte qualche zona della Transilvania, la carta della Romania si tinge di rosso.


L’architetto della vittoria socialdemocratica è il leader Liviu Dragnea, capace di riunificare un partito litigioso e diviso in correnti. Ora ha buone possibilità di divenire premier.
Potrebbe trattarsi di un eccezionale precedente: Dragnea si trova in uno stato di condanna penale di due anni di reclusione con sospensione e una legge del 2001 prevede che la squadra di governo non possa essere costituita da persone macchiate da condanne penali.
L’onere di decidere tra il rigoroso rispetto della legge e l’avallo della volontà popolare per l’assegnazione della carica a Dragnea spetta al rivale politico Klaus Iohannis, presidente della Repubblica.
Il programma politico del Psd è decisamente ambizioso: riduzione delle tasse, costruzione di diversi ospedali, realizzazione di cinque nuove autostrade. Qualora i fondi di coesione comunitari subissero nel 2020 un taglio sostanzioso, queste grandi promesse elettorali non potrebbero essere mantenute.
Chiunque sia il prossimo capo dell’esecutivo, non muterà di una virgola la politica estera europeista e atlantista di Bucarest. I grandi obiettivi nazionali rimarranno l’ingresso nell’area Schengen, il consolidamento della cooperazione con la Nato e il sostegno pragmatico all’Unirea con la Repubblica Moldova.