Il 29 ottobre 2015 il Parlamento moldavo ha approvato la mozione di sfiducia presentata da 42 parlamentari del Partito Socialista (Psrm) e del Partito Comunista (Pcrm) nei confronti del gabinetto di Valeriu Streleț, facendo quindi cadere il terzo governo filo-europeista in meno di un anno.

Le latenti tensioni interne alla coalizione pro-Ue sono scoppiate a seguito dell’arresto del leader liberal-democratico (Pdlm) ed ex-premier (2009-2013) Vlad Filat, accusato di aver ricevuto tangenti per circa 260 milioni di dollari in un caso legato alla sparizione di quasi 1,5 miliardi di dollari da tre dei principali istituti di credito della Repubblica Moldova (BEM, Banca Sociala e Unibank) attualmente liquidati.

Proteste e “piano B”

Il delinearsi sempre più preciso e scandaloso dei contorni di questa enorme frode bancaria, pari a circa il 18% del Pil moldavo, ha comportato l’organizzazione di ampie proteste nella capitale, la prima delle quali, organizzata agli inizi di settembre dalla piattaforma apartitica “Dignità e Verità”, ha visto aderire svariate decine di migliaia di cittadini scandalizzati dalla condotta amorale della propria classe politica.

Se nelle prime fasi questo malcontento generalizzato ha assediato indiscriminatamente l’intera “casta” politica e dirigenziale del paese, con il passare delle settimane ha fornito agli attori partitici non direttamente coinvolti nello scandalo irripetibili opportunità di crescita in termini di consenso popolare. Tra questi spiccano i leader filorussi d’opposizione Igor Dodon (Psrm) e Renato Usatîi (Partito Nostro), i quali hanno cavalcato, a fortune alterne, i moti di protesta addossando le colpe della corruzione dilagante in cui versa il paese alle forze europeiste di governo (Pdlm, Pdm, Pl) e chiedendo a più riprese al capo dello stato Nicolae Timofti di indire elezioni anticipate.

Visto il successo iniziale riscontrato da Dignità e Verità, il carismatico Renato Usatîi ha finanziato e organizzato personalmente manifestazioni di protesta alternative per mezzo di gesti simbolici, quali blocchi stradali e presidi di fronte ai palazzi del potere. Pilotare il malcontento sociale allo scopo di sostituirsi alle forze filo-europeiste nelle posizioni di potere è ciò che il leader di Partito Nostro chiama “piano B”.

Lo svolgimento di tale piano sembra al momento essere lento, ma pragmatico e vincente: non solo ha contribuito all’arresto di Vlad Filat e alla caduta dell’esecutivo Streleț, ma ha portato uomini vicini allo stesso Renato Usatîi a ricoprire cariche di rilievo in seno al Centro Nazionale Anticorruzione (CNA) e ai servizi di intelligence (SIS).

CNA e SIS paiono essere gli strumenti di potere tramite i quali potrebbero formarsi e affermarsi i nuovi assetti politici ed istituzionali dello stato. Non è un caso che, in questa fase convulsa, il Legislatore abbia rapidamente approvato la legge che subordina il CNA al controllo del Parlamento, anziché a quello del Governo, proprio mentre l’ex primo ministro Valeriu Streleț chiedeva le dimissioni del Direttore Viorel Chetraru, colpevole di aver disposto l’arresto preventivo del suo leader di partito Vlad Filat.

Esattamente come non è un caso che il SIS abbia di recente atteso all’aeroporto di Chişinău l’emergente Usatîi, di ritorno da un viaggio a Mosca, affinché fosse detenuto in arresto preventivo per 72 ore, dopo che questi aveva pubblicato le intercettazioni telefoniche che incastrano Filat e il ricchissimo rivale politico Ilan Shor (attuale sindaco di Orhei ed ex amministratore delegato della BEM) nell’atto della corruzione. Pare quasi un messaggio politico.

Fattore Fmi

Quello che la stampa locale definisce “scandalo del secolo” mette in forte imbarazzo i partiti parte della coalizione di governo: rivitalizzare l’Alleanza per l’Integrazione Europea (AIE 3) potrebbe portare anche gli estranei alla frode ad essere percepiti come “complici” (o quantomeno attori consenzienti) del cosiddetto “furto del miliardo”; tuttavia non sostenerne la ricostituzione potrebbe significare consegnare il paese in mano ai partiti filorussi d’opposizione, minando così definitivamente la fiducia che l’Unione Europea ha riposto nel processo delle riforme sottese dall’Accordo di Associazione e la pazienza che il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha finora accordato al governo pro-UE affinché potesse adempiere agli impegni sottoscritti per poter accedere all’importante finanziamento, attualmente in discussione, che metterebbe al sicuro la Repubblica Moldova da crisi finanziarie e valutarie.

Non vedendo progressi in ambito economico, né impegno nella lotta alla corruzione endemica, e non ritenendo sufficienti o salvifiche le dimissioni di pochi dirigenti pubblici (come quelle recenti del Governatore della Banca Nazionale di Moldova Dorin Drăguțanu), l’Fmi potrebbe decidere di non accordare alcun prestito. La più recente missione a Chişinău guidata da Ivanna Vladkova-Hollar ha infatti convinto il Fondo a rimandare a gennaio 2016 ogni decisione.

Con i fondi europei già sospesi in estate e una limitata capacità di ausilio finanziario da parte della “nazione sorella” Romania (che certamente interromperebbe ogni aiuto in caso di esecutivo filorusso), il fallimento dei negoziati con l’Fmi potrebbe risultare fatale per la già dissestata economia della piccola Repubblica Moldova. D’altra parte, una definitiva mancata assistenza finanziaria da parte europea ed internazionale potrebbe riportare alla mente del futuro governo (qualunque esso sia) il fatto di essere ancora membro del Comunità degli Stati Indipendenti e desiderare un tattico riavvicinamento alla Russia, perpetuando così l’oscillante politica estera che da sempre caratterizza il paese.

In assenza di capacità negoziale a livello internazionale, la quale non può essere garantita da un esecutivo ad interim (quello del liberale Gheorghe Brega), un eventuale intensificarsi dell’attuale crisi bancaria e valutaria potrebbe condurre il paese più povero d’Europa al default.