Tutti gli indicatori portano a pensare che nel breve periodo la Transnistria possa vivere una fase di profonda instabilità.

Situazione economica

A partire dall’agosto 2014 la già povera economia transnistriana ha iniziato a peggiorare sensibilmente. A renderlo noto è stato il Premier Tatiana Turanskaya già a novembre dello scorso anno.

Ciò è dovuto principalmente alla vicina crisi ucraina e alle misure commerciali e di sicurezza adottate dal governo di Kiev nei confronti della regione: annullamento dei contratti (energia elettrica, cemento, acciaio), aumento dei controlli alla frontiera e una campagna mediatica che mette in cattiva luce l’economia locale, scoraggiando di conseguenza i partner ucraini dall’intrattenere rapporti commerciali.

A questo si aggiunge ovviamente il pesante deprezzamento del rublo russo che nei fatti mette i produttori transnistriani nella condizione di non poter esportare con profitto né in Russia né in Ucraina.

Lo stesso ricchissimo oligarca russo Alisher Usmanov ha dovuto abbandonare la Transnistria e i propri interessi legati al settore metallurgico e del cemento (settori per loro natura poco volatili), cedendo a gennaio le proprie quote direttamente al governo di Tiraspol e lasciando in seria difficoltà l’economia dell’intera città di Ribnita.

In questo contesto il governo sta cercando di difendere il rublo transnistriano impedendone il cambio valutario, vietando l’uscita di moneta dai confini nazionali e cercando di dotarsi esclusivamente di valuta forte (euro e dollari americani), abbandonando quindi la vecchia e ricorrente idea di adottare il rublo russo come moneta nazionale.

Il deprezzamento del rublo russo nei confronti del rublo transnistriano rende tuttavia più costoso il sostegno all’economia locale da parte della Russia, che infatti di recente ha rifiutato per la prima volta di concedere un modesto aiuto (pari a circa 100 milioni di dollari) al governo di Tiraspol e non garantendo più l’integrazione in rubli russi alle pensioni sociali.

La stessa Gazprom, pur non sollecitando il pagamento, vanta crediti nei confronti di Tiraspol pari a circa 5 miliardi di dollari dovuti alle forniture di gas erogate nel corso degli anni.

La legge finanziaria per il 2015 prevede uscite quadruple alle entrate e in assenza di un intervento di ausilio economico da parte della Russia il governo di Tiraspol si trova costretto ad operare drastici tagli alla spesa sociale, licenziamenti in massa, aumenti di tasse e introduzione di nuovi balzelli. Le già bassissime pensioni sono state dimezzate e l’erogazione degli stipendi ai dipendenti pubblici è attualmente garantita solo a Tiraspol, Dubasari e Ribnita.

Controlli alle frontiere

La crisi ucraina non porta soltanto pesanti contraccolpi al sistema economico e sociale dello stato separatista, ma genera anche diffidenza, incrementando ulteriormente l’isolamento che da più di vent’anni contraddistingue la regione.

La desolante situazione economica può comportare infatti un pericoloso malcontento sociale potenzialmente aggravato da divisioni etnico-linguistiche con le quali movimenti politici ultranazionalisti potrebbero irresponsabilmente giocare.

Lo sa bene il governo di Tiraspol che teme infiltrazioni esterne e che pertanto aumenta i controlli alle proprie frontiere sia orientali che occidentali e riorganizza l’organico dei propri servizi informativi e di sicurezza; lo sa bene il governo di Kiev che teme un certo attivismo di natura terroristica nella provincia di Odessa; lo sa bene il governo di Chisinau che non può chiudere frontiere (significherebbe riconoscere indirettamente la sovranità di Tiraspol), ma solamente rimanere in apprensione per la propria popolazione residente nella regione.

A Bruxelles forse non è del tutto chiaro che concettualmente un terrorista, sabotatore o criminale (russofono od ucrainofono) potrebbe sfruttare le lacune presenti nella legislazione moldava per colpire ad Odessa, o a Tiraspol, e fuggire all’arresto il giorno dopo entro i confini dello spazio Schengen (es. è sufficiente presentare un certificato “valido” attestante la nascita nei territori transnistriani avvenuta dopo il 1991 – ormai ragazzi di 24 anni – per ottenere la cittadinanza e quindi passaporto biometrico moldavo).

Affari militari

La presenza dei “peacekeeper” russi in Transnistria non è vista affatto di buon occhio da parte del governo di Kiev che teme mosse militari strategiche da parte della Russia a danno della propria sicurezza nazionale. Tale timore porta l’Ucraina ad implementare politiche di sicurezza a ridosso dei confini transnistriani, quali la costruzione di trincee (lavori iniziati già la scorsa estate) e il recente dispiegamento della Guardia Nazionale e di volontari esperti (ed infiltrabili) già combattenti nel Donbass.

Tali azioni generano la falsa convinzione che la Transnistria possa costituire un’ulteriore minaccia militare nei confronti dell’Ucraina. In realtà, non prendendo in considerazione i veterani “riservisti” della guerra del 1992, le truppe presenti nella regione sono sottonumero (1.500-2.000), tatticamente e logisticamente isolate, impossibilitate ad effettuare un normale e regolare ricambio degli effettivi e, soprattutto, vincolate al proprio primario obiettivo strategico (difesa di postazioni, obiettivi sensibili, armerie): ingenuo pensare che possano condurre operazioni militari sul territorio ucraino.

E’ molto più probabile invece che sia la Transnistria stessa a sentirsi minacciata e privata di un supporto difensivo adeguato da parte della Russia, a causa dell’isolamento logistico della regione. Per questa ragione i “peacekeeper” russi sono impegnati da mesi in massicce esercitazioni, l’ultima delle quali può considerarsi preparatoria a scenari tipici di una guerra ibrida (esercitazione di piccoli gruppi tattici).

Exit strategy

Partendo dal presupposto che la minaccia alla stabilità regionale non sia costituita dalla Transnistria di per sé, bensì dal suo crescente isolamento, sarebbe doveroso da parte europea cercare soluzioni finalizzate a stabilizzare la regione e soprattutto a prevenire un proprio eventuale coinvolgimento di natura militare susseguente ad un allargamento di quella che è una crisi di sistema tra Occidente e Russia.

L’Unione Europea tramite un riconoscimento internazionale della Transnistria, la quale già soddisfa ogni requisito di statualità sovrana, eviterebbe nuove forme di frizione con la Russia, si garantirebbe un diplomatico e saggio disimpegno, rafforzerebbe le proprie frontiere e potrebbe meglio agire per uno sviluppo economico e una rafforzata integrazione dei territori sotto il controllo effettivo del governo moldavo.

Una Repubblica Moldava Nistriana riconosciuta a livello internazionale comporterebbe una riduzione delle reciproche diffidenze e consentirebbe veri e propri accordi bilaterali in ambito economico, logistico, migratorio e di lotta al terrorismo.

L’Europa potrebbe ad esempio comprare acciaio e cemento, ora che tali industrie sono sotto il completo controllo del governo di Tiraspol, in valuta forte (euro) in misura sufficiente, e regolabile a seconda del caso, a riequilibrare la bilancia commerciale del neo-stato senza che ciò venga percepito come aiuto internazionale, utilizzando poi tali materie prime a costo vantaggioso per l’implementazione di mirati investimenti infrastrutturali (fondi comunitari transfrontalieri) nella Repubblica Moldova, quali potrebbero essere moderne strade e ponti sul fiume Prut. L’UE eserciterebbe un “soft power di cortesia”.

L’immissione di valuta forte nella regione permetterebbe inoltre alla Repubblica Moldava Nistriana di tornare a praticare il cambio valutario tra rublo transnistriano e rublo russo, magari a tasso semi-variabile, permettendo così ai “peacekeeper” presenti di salvaguardare il potere d’acquisto dei propri salari in rubli russi e di non avventurarsi oltre il fiume Nistru per cambiare il denaro rischiando così inutili incidenti: in genere non è mai buona cosa toccare il “soldo” ai “soldati” ed e bene che non si crei un pericoloso malcontento tra le truppe che dovrebbero garantire la stabilità regionale per conto della Russia.

Sarebbe cosa saggia inoltre riconoscere la sovranità dello stato separatista prima che a farlo sia il Cremlino (anche se improbabile), poiché la cosa verrebbe percepita come una forma di ingerenza di Mosca. Un preventivo riconoscimento da parte europea sottolineerebbe invece l’attenzione dell’Unione per il diritto internazionale e le sue Convenzioni rimarcando il proprio naturale approccio istituzionalista.

La volontà politica in questo caso però dovrebbe essere particolarmente marcata e sorretta da statisti lungimiranti e coerenti, poiché la principale critica derivante da un riconoscimento della Transnistria sarebbe quella della “resa ai separatismi” o della “vittoria di Putin su tutti i fronti”. La realtà potrebbe invece essere più sofisticata: i paesi europei, sfruttando le debolezze finanziarie del regime e adoperando l’approccio del “bastone e della carota”, potrebbero tenere in vita l’autoproclamata repubblica nel ruolo di “stato tampone”, evitando peraltro scontri diretti con la Russia.

Inoltre ogni attore in gioco nella regione sarebbe inchiodato alle proprie responsabilità:

  • la Transnistria dovrebbe rispondere personalmente in caso di atti di terrorismo senza poter addossare ad altri le colpe;
  • l’Ucraina non potrebbe condurre operazioni militari nella striscia senza incorrere nella violazione della sovranità e dell’integrità di un altro stato (principale ragione per la quale oggi ottiene sostegno internazionale);
  • la Russia dovrebbe giustificare la presenza delle proprie truppe nei territori a seguito della cessazione del “conflitto congelato”;
  • la Repubblica Moldova sarebbe costretta al controllo delle nuove frontiere, lottando seriamente contro i traffici illegali (niente scusa di “triangolazioni”). Pena divenire essa stessa per intero “paese tampone”.

L’OSCE (principale organizzazione operante nella regione), attualmente sottofinanziata, ripenserebbe il proprio ruolo in Moldova e potrebbe meglio trattare con le autorità di Tiraspol, riorientando le proprie competenze affinché il fiume Nistru non venga percepito come “cortina di ferro” bensì come nuova amity line tra Russia ed Occidente; il formato 5+2, dimostratosi evanescente, verrebbe accantonato in favore di un formato 2+1 (Moldova e Transnistria + OSCE) i cui attori in gioco si ritroverebbero a trattare alla pari con probabili migliori risultati.

Naturalmente, allo scopo di evitare ulteriori tensioni, ogni idea di coinvolgimento della NATO per quanto riguarda la sicurezza della Repubblica Moldova deve essere accantonata: non solo irriterebbe ulteriormente la Russia, ma sarebbe strategicamente inutile per quanto riguarda la sicurezza collettiva dei paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica (le postazioni e le installazioni attualmente presenti in Romania svolgono già lo scopo). La sicurezza moldava potrebbe essere meglio garantita dal dispiegamento ad ovest del fiume Nistru dei corpi Eurogendfor, i quali bene integrerebbero le attività dell’OSCE (inoltre la Romania è già parte integrante della struttura e la Moldova è dotata anch’essa di un corpo di gendarmeria) .

Conclusioni

Una exit strategy (approccio min-max*) per l’Europa in 5 punti:

  1. riconoscere la Repubblica Moldava Nistriana a livello internazionale come stato sovrano;
  2. acquistare materie prime nella regione al fine di riequilibrare la bilancia commerciale di Tiraspol;
  3. implementare progetti infrastrutturali mirati nella Repubblica Moldova (fondi comunitari transfrontalieri) che possano garantire il progresso del paese associato;
  4. ripensare al ruolo dell’OSCE rendendo l’organizzazione meglio operante nel campo della lotta ai traffici illegali e al rispetto dei confini;
  5. se necessario, valutare l’impiego dei corpi Eurogendfor.

* min-max: minimizzazione del massimo rischio possibile.

Documento PDF: Transnistria, Exit Strategy