Punto critico

Analizzeremo qui i motivi per i quali la Transnistria potrebbe divenire un “punto critico” nei prossimi mesi.

Le affermazioni recenti del Generale Breedlove, le dichiarazioni di George Soros mezzo stampa, l’espulsione di Vasily Kashirin da parte delle autorità moldave, la limitazione di libertà (e transito) di esponenti di spicco dell’autodichiarata PMR attivate dall’Ucraina, il ruolo avuto da cittadini transnistriani nell’incendio di Odessa, il conseguente arresto da parte delle autorità ucraine di sospetti appartenenti a gruppi terroristi attivi nei Territori, le pressioni dell’autoproclamata PMR sugli abitanti di villaggi sotto l’autorità diretta del Governo moldavo siti sulla riva sinistra del fiume, ma soprattutto l’intensificato controllo dei ponti sul fiume Nistru (Ribnita principalmente) da parte delle milizie transnistriane sono solo piccoli indizi su ciò che potrebbe rappresentare l’area nei prossimi anni.

Naturalmente l’analisi della Transnistria, che rimane sempre un paese per certi aspetti impenetrabile (forse più dell’era Smirnov al suo apice), deve essere sempre fatta con una visione dell’area: per cui parliamo di Moldova, di Ucraina e soprattutto in questo momento storico della “Nuova Russia”, che è la regione Sud dell’Ucraina che in tutti i modi cerca di staccarsi per essere parte integrante della Federazione Russa.

Grand Strategy

CCCP LogoSta oramai prendendo forma quella che è la vera Grand Strategy russa nell’area. Con un certo grado di giudizio si può sostenere infatti che la studiata e sottaciuta concatenazione di obiettivi (premeditata in toto o delineatasi nel tempo) sia ridefinibile nei seguenti termini semplificati:

+ Consenso (interno) → Crimea

+ Corridoio (logistico) → Donetsk, Lugansk e Mariupol

+ Consolidamento (militare e doganale) → Transnistria

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= Potere (navale ed energetico) → Politica di sicurezza nel Mar Nero

Il simpatico acronimo (CCCP) che viene a crearsi da tale modello semplificato, per quanto casuale, risulta per taluni versi calzante. E per molti forse non troppo simpatico.

Consenso

La prima fase, quella del Consenso, si è conclusa con successo e i risultati sono francamente sotto gli occhi di tutti. La Crimea è ora parte integrante della Federazione Russa e il Cremlino non può che giovarsi in termini di legittimità, considerando la riunificazione come riparazione di un torto storico. Difficile che cittadini russi, o crimeani in generale, spinti da un forte senso nazionalista, non apprezzino di tornare sotto l’ala protettiva della Grande Madre. E difficile che forze anti-russe possano negare o contrastare quello che oramai è il nuovo status quo.

Corridoio

Il successo della prima fase porta velocemente al tentativo di attuazione della seconda fase, quella del Corridoio. L’annessione della simbolica Crimea, ma soprattutto la facilità e la rapidità con cui il piano è stato attuato, porta il Donbass a riconsiderare la propria posizione e richiedere un trattamento simile a quello riservato alla penisola del Mar Nero.

È ormai ben chiara ai Russi l’evanescenza della politica internazionale occidentale: molte divisioni, interessi distinti e un generico desiderio di evitare guai. Il fatto che la seconda fase si concretizzerà con modalità del tutto simili alla prima (occupazione, elezioni, annessione), sottolineerà principalmente l’inadeguatezza occidentale ad affrontare la situazione.

Ma perché la Russia è così interessata alle regioni del Bacino del Donec? Per varie ragioni, anche economiche (es. miniere). L’aspetto preponderante resta tuttavia quello logistico.

Per usare la felice espressione dell’analista Yulia Latynina, in assenza di un corridoio di terra, possedere la Crimea è come avere una “valigia senza manico”. Essa infatti non dispone di fonti di gas, elettricità o acqua.

Inoltre l’essere impossibilitati dall’erogare servizi basilari ai propri nuovi cittadini vanificherebbe gli sforzi della prima fase volta al raggiungimento del Consenso interno. Ragion per cui la Russia si sforzerà in tutti i modi affinché ottenga la tanto agognata contiguità territoriale. E la otterrà.

Come ben si sa però sulla via per raggiungere la Crimea dal Donbass, vi sono città portuali sul Mar di Azov come Mariupol e Berdyansk che per il momento non sono sotto il controllo di autoproclamate repubbliche separatiste. Ed è lì che occhi geopolitici dovrebbero concentrare la propria attenzione. Mentre Igor Ghirkin detto “Strelkov”, comandante dei separatisti filo-russi nell’Est dell’Ucraina, a pochi giorni dalle elezioni separatiste si balocca dichiarando “Noi non siamo vicini a Kiev, ma loro sono vicini a Donetsk: questo significa che abbiamo strategicamente perso l’operazione ‘Novorossia’ (5 novembre)”, esperti militari ucraini già si chiedono se ad essere prossimamente presa di mira sarà la città di Mariupol o se quest’ultima verrà “scavalcata” e nel mirino entrerà la città di Berdyansk.

La sensazione è che 4.000 (?) morti siano francamente troppi affinché la seconda fase possa essere interrotta a metà. La Russia si sforzerà in tutti i modi di portarla a termine.

Consolidamento

Abbiamo qui sopra insistito sul fatto che l’assenza di contiguità territoriale della Federazione Russa con la Crimea vanifica i vantaggi dell’annessione di quest’ultima. Ma tale discorso non può essere forse valido anche per la piccola e dimenticata Repubblica moldava nistriana? Certamente. Tuttavia questa striscia di terra non può essere di certo paragonata alla Crimea, né in termini di importanza economica o culturale, né in termini di rilevanza demografica. Quindi per quale ragione darsi tanta pena per una regione in fin dei conti socialmente insignificante? Il motivo è correlato principalmente agli aspetti militari e soprattutto doganali necessari al Consolidamento del nuovo ruolo che la Russia vuole assurgere nell’area del Mar Nero. E siamo qui alla terza fase.

L’aspetto militare è connesso alla costruzione o al potenziamento in Bessarabia di uno scudo “anti-aereo” come risposta al più altisonante “scudo stellare” occidentale. Soluzione questa molto praticabile, con un certo grado di efficacia, ottimo strumento di pressione e infine più congeniale alle finanze del Cremlino. Le 46 installazioni anti-aereo già presenti nella striscia costituisce un’ottima base iniziale. Le truppe russe di “peacekeeping”, che da più di vent’anni son stanziate nella regione potrebbero occuparsi senza problemi della sicurezza connessa all’attuazione di tale progetto.

Ritengo tuttavia l’aspetto militare in questo caso secondario rispetto a quello doganale. Noi occidentali non siamo abituati a considerare questo fattore, importantissimo agli occhi russi (es. chi provvederà alla stabilità in Asia Centrale una volta che gli americani lasceranno un vuoto militare? Pronto a scommettere che ci penseranno i russi controllando concretamente le dogane dei vari “paesi-stan”, senza tante dispendiose battaglie). Tale aspetto è fondamentale per ciò che attiene il consolidamento interno, il controllo dei flussi commerciali e la circolazione delle persone “gradite”.

Ma se questo è vero perché la frontiera di questa nuova guerra fredda dovrebbe stabilirsi proprio sul fiume Nistru e non invece sugli attuali confini tra Moldavia e Romania (il fiume Prut)? Ovvero perché la Russia non dovrebbe ambire ad estendere la propria egemonia anche sull’intero territorio moldavo? Innanzitutto perché il Cremlino ha un forte senso della misura: sa fino a dove può spingersi e conosce molto bene le tempistiche per il raggiungimento dei propri obiettivi. Ma soprattutto conosce molto bene il principio di “legittimità” nelle Relazioni Internazionali: estendendo le proprie mire espansionistiche su un piccolo paese associato dell’Unione Europea, farebbe il passo più lungo della gamba. Disperderebbe energia senza che possano esservi benefici concreti: non vi sarebbero confini facilmente controllabili e la popolazione potrebbe risultare riluttante ad accettare nuove forme di controllo russo. Persino il confine logistico artificioso di epoca sovietica, quello dello scartamento ferroviario differente dagli standard occidentali, è superato sia dalla tecnologia che dalla banale capacità divisoria che un confine naturale come il fiume Nistru può meglio garantire (pochi punti d’accesso meglio controllabili).

Inoltre il Cremlino sarebbe disposto ad investire con i propri deprezzabili rubli per lo sviluppo di una regione tanto periferica e tanto desiderosa di sviluppo senza avere in cambio la garanzia di fedeltà da parte dei cittadini? Meglio limitarsi ai Territori della riva sinistra del Nistru, ben russificati, che si sono già espressi qualche anno fa con referendum positivo per l’adesione alla Federazione Russa. Le truppe già ci sono e pure in veste di pacificatori, non si parlerebbe nemmeno di occupazione.

Transnistria, l’esca e la trappola

Ma se la terza fase (Consolidamento) di questa Grand Strategy russa dovesse divenire auspicabile agli occhi del Cremlino alla luce di un eventuale successo della seconda fase (Corridoio), quale sarebbe il principale ostacolo per il raggiungimento dell’obiettivo? Odessa, città portuale piuttosto importante. E in questo caso l’Ucraina pur di garantirsi un prezioso accesso al Mar Nero sarà costretta a implementare le proprie politiche di sicurezza anche nel Sud-Ovest del Paese. Volantini che incitano alla rivolta filo-russa già circolano, attivisti armati attendono.

Alcuni di questi attivisti hanno peraltro base proprio in Transnistria ed è questa la ragione principale per la quale il Governo ucraino ha limitato la libertà di circolazione sul proprio territorio a personalità di spicco dell’autoproclamata Repubblica e intensificato i controlli alle frontiere.

Siamo sicuri che non isoli la Transnistria anche dal punto di vista energetico? Vi sarà gas per il riscaldamento a Tiraspol o a Ribnita questo inverno? Se questo dovesse accadere, la popolazione demograficamente tripartita in moldavi, ucrainofoni e russofoni come la prenderebbe?

Aumentando l’isolamento della regione, l’Ucraina rischia di vedere accresciute le intenzioni russe di rompere tale isolamento. L’isolamento oramai è anche istituzionale: i rappresentanti di Tiraspol non si recano nemmeno più alle riunioni della Commissione Unificata di Controllo e dell’OSCE per quanto riguarda la cosiddetta “crisi transnistriana”. Per la Russia è un invito a nozze.

A ben pensarci questa striscia di terra è come un’appetitosa esca per il pesce ucraino che rischia di rimanere impigliato nell’amo russo.

Ma non finisce qui, il timore infatti è che possa divenire anche trappola per volpi europee. Se non si accantona l’ipocrisia diplomatica e non si riconosce quello che in realtà è uno Stato a tutti gli effetti, dovremo farci carico personalmente delle conseguenze. Se la Moldova è una cosa sola, ogni forma di influenza sui Territori (pressioni politiche, limitazione alle libertà personali, sanzioni economiche o peggio), sarebbe da considerarsi a scapito dell’intera Repubblica, Paese Associato.

Come se ne esce? Banalmente lasciando la Transnistria al proprio destino. L’Europa dovrebbe occuparsi di una rapida integrazione ed europeizzazione dei territori ad Ovest del fiume Nistru (sponsorizzati dalla Romania) e provvedere affinché vi sia prosperità e sviluppo, congiuntura economica permettendo. Fare quello che si può, solo se si è in grado di affrontare poi le conseguenze.

Il fiume Nistru dovrebbe essere percepito al più presto come nuova amity line d’Europa.

Nuovo scacchiere nel Mar Nero

La realizzazione di tutte e tre la fasi (Consenso, Corridoio, Consolidamento) della Grand Strategy russa porterebbe ad un’accresciuta Politica di sicurezza nel Mar Nero. Ammodernamento portuale e navale ed accelerazione sulla tanto desiderata realizzazione del progetto South Stream.

Mar Nero, Russia vs Occidente: scacco matto in 2 mosse. Si deve andare proprio fino in fondo? Attori geopolitici responsabili (vincenti o perdenti) si darebbero la mano.

Nuova Via della Seta?

Le varie crisi mondiali, per come sono geolocalizzate, fanno pensare alla costa Nord del Mar Nero (pacificata) come prima tappa su una moderna Via della Seta. Nuovi Marco Polo cercasi.

@mirkomussetti